Dedicato in particolar modo agli astensionisti.
L’espressione del dissenso è una delle forme più alte della dignità umana, che prescinde da valutazioni contingenti. E ciò vale per ogni forma di potere, non solo per quella connotata ideologicamente in maniera più precisa: capitalismo, neoliberismo, fascismo, stalinismo o altro tipo di autoritarismo e totalitarismo. Ma, appunto di un potere come concetto in sé, ogni qualvolta lede i diritti sociali e le libertà dei singoli.
Questo non vuol dire non curarsi della contestualizzazione e non preoccuparsi delle conseguenze politiche del breve e medio periodo, ma tenere, comunque sia, in conto essenzialmente la concretezza dell’agire sociale individuale come non disconesso dalla propria esistenza.
Questo vuol dire, nei limiti delle proprie debolezze, far propri anche mezzi istituzionali, che potrebbero apparire scarsamente o per nulla efficaci o risolutivi, ma che posseggono anche un forte significato, non solo simbolico, in termini di presa di coscienza per sé e per gli altri, come espressione di un dissenso nei confronti del potere in cerca di consenso.
Ciò riguarda anche il caso del NO alla riforma Boschi della Costituzione, per questo non ha nessun senso in questo frangente confondere una consultazione referendaria di importanza intrinseca fondamentale, con una semplice votazione elettorale, tenendo conto che ci sono anche delle ragioni ben precise a livello contenutistico, che io per quel che mi riguarda ho espresso in miriadi forme e così tante volte: una riforma che lega in un gigantesco combinato disposto legislativo diversi provvedimenti (che non riguardano il mondo dell’astrazione, ma la concretezza della nostra vita quotidiana), torno ad elencarne, con qualche aggiunta, le più eclatanti: pareggio di bilancio in Costituzione, legge Fornero, Jobs act, smantellamento dello Statuto dei lavoratori, Sblocca Italia, la Buona Scuola, Italicum, i tagli alla sanità tramite la legge di Stabilità, privatizzazioni varie e bail-in.
E poi? E poi si vedrà. Chi ha a cuore il proprio esercizio del dissenso, anche in situazioni mutate e peggiorate, si regolerà di conseguenza. Ma vorrei ricordare, a chi teorizza una sorta di meccanicismo fatalista (per non parlare delle forme varie di benaltrismo), che la Storia non procede mai in maniera lineare, sia in senso peggiorativo, che migliorativo, ma in maniera contraddittoria, alternando emancipazione a regressione, o magari esprimendo le stesse contemporaneamente. E tutto ciò sta anche al protagonismo dei singoli che cercano di impedire o rallentare in determinati momenti la discesa nell’abisso, anche semplicemente con piccoli gesti, quando altri più grandi e organizzati sono preclusi dalla oggettiva situazione contingente, gettando granelli di sabbia negli ingranaggi del potere.
#iovotoNO

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